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Tolentino, sabato 14 aprile inaugurazione della mostra del fotografo Claudio Scarponi

Protagonisti degli scatti uomini, donne e bambini di alcune tribù etiopi a rischio sopravvivenza

Mostra fotografica sulle tribù dell'Etiopia

Sarà inaugurata ufficialmente sabato 14 aprile, alle ore 17.00, la mostra di fotografie di Claudio Scarponi allestita alla Galleria di palazzo Sangallo in piazza della Libertà, a Tolentino.

Le foto in mostra circa 40, riguardano due viaggi fatti nel 2017 e 2018 nella valle dell’Omo ai confini con il Kenya. Entrambi i viaggi sono stati possibili grazie alla Onlus “Sorrisi per l’Etiopia” alla quale Scarponi ha dedicato anche una pubblicazione di ritratti.

Nelle fotografie esposte sono ritratti diversi tra questi gruppi indigeni che ancora vivono allo stato tribale, dai Karo agli Hamer, i Mursi, i Banna, Tsemay e Dassanech, insomma un viaggio nel passato, alla ricerca delle origini dell’uomo. L’Etiopia è infatti definita la culla dell’Umanità proprio perchè sono stati ritrovati in varie zone, scheletri di ominidi come “Lucy” risalenti a quasi 3 milioni di anni fa.

Sempre sabato 14 aprile, ma alle ore 18 l’autore Claudio Scarponi illustrerà la mostra e le fotografie.

La mostra è patrocinata dal Comune di Tolentino, Assessorato alla Cultura e sarà aperta al pubblico con ingresso gratuito domenica 15 aprile dalle 17 alle 20 e nel weekend del 21/22 aprile sempre orario pomeridiano dalle ore 17 alle ore 20.. Eventuali altre aperture per ass. culturali o scuole a richiesta.

Info: Ufficio Cultura Comune di Tolentino.

 

“In questa mostra Scarponi – scrive Alberto Pellegrino – abbandona il genere del ritratto per realizzare un reportage fotografico di tipo antropologico con lo scopo di raccogliere testimonianze visive su popolazioni e civiltà che corrono il pericolo di estinzione. A 850 chilometri a sud di Adis Abeba si trovano otto parchi nazionali e Scarponi ha fatto una rapida visita ai Parchi di Mago e Omo nati per proteggere le savane, le foreste e le popolazioni che ci vivono. Una particolare importanza assume la Valle dell’Omo che nel 1980 è stata dichiarata dall’Unesco patrimonio dell’umanità. Il bacino del fiume Omo ha anche una notevole rilevanza archeologica, perché vi sono stati ritrovati utensili di quarzite e numerosi fossili di ominidi del Pliocene e del Pleistocene, in particolare scheletri appartenenti al genere austrolopithecus e homo risalenti a oltre 2 milioni di anni fa.

Nella valle del fiume Omo la fauna selvatica è diventata molto rara e gli indigeni rimasti, circa 300 mila, vedono minacciata la loro integrità antropologica dall’avanzata di una violenta industrializzazione agricola, la quale costituisce una grave minaccia per queste popolazioni che si dedicano da secoli all’agricoltura e alla pastorizia. Dal 2011 il governo etiope ha iniziato a dare in concessione a imprenditori stranieri enormi appezzamenti di terra fertile che in questo modo è sottratta ai vari gruppi tribali che non possono più praticare la loro agricoltura di sostentamento. Viene meno anche la pastorizia, perché queste aziende, provenienti da vari paesi europei e asiatici, distruggono anche i pascoli per impiantare coltivazioni per la coltivazione della canna da zucchero, cotone, palma da olio, mais per carburanti senza che ne derivi alcun vantaggio diretto per le popolazioni locali. Il progetto statale Kuraz Sugar Projet prevede la deforestazione di 245 mila ettari di territorio compresi molti terreni situati lungo le sponde del fiume Omo, terreni che saranno spianati e irrigati con il prelievo delle acque fluviali, con il conseguente impoverimento di un’altra risorsa naturale rappresentata dalla pesca.

Come in altri casi il cosiddetto “progresso” finirà per andare a scapito dei popoli più deboli della Terra e per questi gruppi etnici l’unica risorsa potrebbe rimanere un turismo di tipo culturale che fosse capace di garantire in questa vasta area geografica un minimo sostentamento economico, il rispetto e la conservazione delle tradizioni e dei costumi locali. Non è possibile ipotizzare, anche in questo caso, se l’esistenza del parco nazionale e la tutela dell’Unesco rappresentino uno strumento sufficiente a proteggere la regione dall’assalto dell’industria turistica consumistica.

Scarponi, con la solita accuratezza tecnica, ha lavorato soprattutto sui piani medi, sui primi e primissimi piani per evidenziare al meglio quei particolari che possono avere una maggiore importanza sotto il profilo antropologico, in modo di comprendere meglio usi e costumi di queste popolazioni. Ha pertanto raffigurato le pitture rituali sui corpi seminudi di uomini e donne che caratterizzano l’appartenenza alle varie tribù, gli abiti dai colori sgargianti, i fantasiosi copricapi adornati con frutta secca e corna di animali, le acconciature femminili dei capelli, le collane a volte di enormi dimensioni e gli altri monili con cui tutti amano acconciarsi (anche se in mano a un uomo spunta talvolta un kalashnikov), i grandi dischi inseriti nel labbro inferiore delle femmine come segno d’appartenenza tribale e di prestigio sociale.”

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